Ansia e depressione: i ragazzi stanno male. “E l’età a rischio si sta abbassando ancora”

Intervista pubblicata su La Nazione del 2 marzo 2021 a firma Silvia Bini.

Un anno fa l’allora presidente del consiglio, Giuseppe Conte, firmava il decreto di chiusura di tutte le scuole di ogni ordine grado. Era il 5 marzo e gli studenti di tutta Italia, 36.000 solo a Prato, vennero proiettati in una dimensione del tutto nuova. Un virus sconosciuto e pericoloso ne stravolse, dall’oggi al domani, la quotidianità con un cambio repentino delle abitudini e del vivere. Teresa Zucchi, psichiatra e psicoterapeuta, è specializzata nel trattamento dei disturbi emotivi e comportamentali e del disagio adolescenziale.

Dottoressa, da un anno a questa parte le nostre vite sono state stravolte dal Covid.
“I nostri ragazzi stanno male. Chiusi dal lockdown tra coprifuoco e mascherine, sballottati a colpi di decreti dentro una scuola presente ad intermittenza”.

Dal punto di vista medico quanto è accaduto quali conseguenze ha sui giovani?
“Da ottobre ad oggi c’è stato un notevole rialzo di accessi al pronto soccorso e nei centri specialistici. Un netto incremento del disagio giovanile con ansia, depressione, disturbi del sonno, problematiche alimentari, ritiro sociale, atti autolesivi spesso effettuati per modulare emozioni intollerabili”.

Ci può dare una misura di quanto questo disagio sia diffuso oggi rispetto al periodo pre covid?
“Gli accessi degli adolescenti sia al pronto soccorso sia in ambulatori privati sono aumentati di circa il 30% e ciò che preoccupa di più è l’età media dei ragazzi che hanno bisogno di un supporto psicologico. Se finora era intorno ai 18 anni, adesso si è abbassata a 15 anni”.

Di cosa soffrono i nostri adolescenti?
“Sostanzialmente si possono rintracciare due ambiti. Intanto uno stato ansioso legato all’incertezza del futuro, alle difficoltà di programmazione del domani proprio perché tutto può cambiare da un momento all’altro come di fatto è accaduto anche con i vari dpcm che si sono susseguiti e che sono stati comunicati all’ultimo minuto. Un secondo ambito è legato al peso e all’aspetto fisico. C’è un’esplosione di problematiche alimentari: non avendo più certezze i ragazzi tendono a cercare conferme nel proprio aspetto”.

Scuola, famiglia, istituzioni: da dove partire per affrontare i problemi?
“I ragazzi hanno bisogno di essere rassicurati quindi la famiglia è il primo fronte di intervento. I genitori devono avere un atteggiamento comprensivo, di ascolto e di rassicurazione. La scuola invece deve riprendere il proprio ruolo centrale non tanto legato alle competenze, ma per riaccendere il desiderio nei ragazzi”.

Si spieghi meglio: è giusto non bocciare nessuno?
“Prima del programma didattico la scuola deve recuperare la funzione di pilastro educativo. Bisogna aiutare gli studenti a ritrovare gli stimoli altrimenti si sentiranno ancora più frustrati e la risposta potrebbe essere un allontanamento definitivo”.

Chiudere di nuovo la scuola cosa potrebbe provocare?
“Sarebbe molto negativo e attiverebbe di nuovo una modalità di regressione. La cosiddetta sindrome della capanna, ossia la paura di uscire e lasciare la propria casa, il luogo che per mesi ci ha fatto sentire al riparo da qualsiasi agente esterno. Ristretti tra quattro mura in una casa che racchiude ma soffoca, diventata palestra, lavoro e scuola: luogo dove si rischia di smarrire i confini e innalzare i conflitti, già tipici di questa fase evolutiva”.

E’ davvero possibile intervenire? In che maniera?
“Non affrontare il loro disagio significa consentire il suo protrarsi fino all’età adulta, ostacolando la possibilità di condurre un’esistenza appagante. Ogni sintomo ha dietro di se una storia familiare e di contesto da ascoltare e comprendere e dalla quale è necessario partire per interventi che coinvolgano famiglia, scuola, strutture di territorio e, quando occorre, interventi specialistici. Occorre sottoscrivere un nuovo patto tra generazioni, come è sempre avvenuto nei momenti più critici”.

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